HERALDRY

Che cos’è il blasone?

Nella nostra prima lezione – nella quale abbiamo risposto alla domanda “Che cos’è l’araldica?” – abbiamo anticipato la questione odierna: che cos’è il blasone? Lo abbiamo fatto affermando che «per diventare araldici, gli emblemi devono seguire regole specifiche: le regole del blasone». Abbiamo poi aggiunto: «Il blasone è la grammatica dell’araldica, ma questa risposta – lo potete ben capire – richiede un’altra lezione». Affrontiamo ora il problema con maggiore serietà! In tutte le lingue, tutti noi abbiamo usato la parola “blasone” come sinonimo di stemma. Non avevamo torto, ma possiamo essere più precisi, cogliendo alcune sfumature.

Leggiamo la definizione del verbo “to blazon” secondo il Collins English Dictionary: «[1] Descrivere armi araldiche nei termini appropriati». Ora vediamo le definizioni del sostantivo “blazon”: «[2a] Descrizione convenzionale o [2b] rappresentazione di armi araldiche; [3] qualsiasi descrizione o registrazione, specialmente di qualità positive». Diciamolo subito: l’azione del blazon, per secoli, è stata chiamata più comunemente “blazoner”. Tuttavia, l’uso più antico attestato del sostantivo blazoner risale alla fine del Cinquecento; prima di quella data si utilizzava semplicemente blazon. Il blasone, dunque, è sia l’azione di descrivere uno stemma (1), sia la descrizione stessa (2a e 3: in questo caso, ripetiamo, “blazon” è sinonimo di blazoner o blazonment).

Tinctures (metals and colors) of the coats of arms.

Molto bene, ma ci stiamo dimenticando del punto 2b: il blasone è anche la rappresentazione dello stemma! Come la sua descrizione, anche la raffigurazione deve seguire alcune regole per essere corretta. A breve, in diverse lezioni, ci occuperemo del vocabolario e della struttura del blazoner – proprio per questo motivo diciamo che il blasone è la grammatica dell’araldica – ma ora, sia pur brevemente, concentriamoci sulle regole che stanno alla base della sua rappresentazione. Non sono molte. Riassumiamole, grazie alle parole di Michel Pastoureau:

“Il blasone divide i suoi sei colori in due gruppi: nel primo mette l’argento e l’oro; nel secondo il rosso, il nero, l’azzurro e il verde. (…).

La regola di base nell’utilizzo dei colori proibisce di giustapporre o sovrapporne due dello stesso gruppo, tranne che nei dettagli più piccoli come la lingua o gli artigli degli animali. (…) Questa regola fondamentale esiste fin dall’origine degli stemmi ed è stata rispettata quasi sempre e ovunque – in un dato insieme di stemmi, è raro che le eccezioni superino l’un per cento dei casi. Si suppone che sia stata mutuata dagli stendardi e dai vessilli – la cui influenza sui primi stemmi è considerevole – e che sia innanzitutto dovuta a ragioni di visibilità.(…)Quale che ne sia l’origine, nel corso dei secoli la regola dell’utilizzo dei colori condiziona qualsiasi creazione di stemmi. In compenso viene spesso infranta quando si associano, nello stesso scudo, due o più armi diverse: ne consegue che due colori a cui sarebbe proibito di toccarsi sono invece obbligati a farlo.”¹

In altri testi², Pastoureau aggiunge che non solo si deve evitare di sovrapporre due smalti dello stesso gruppo, ma anche di accostarli: cioè di metterli l’uno accanto all’altro (una regola molto più ardua da seguire e quindi spesso disattesa).

Per quanto riguarda la scelta delle figure per uno stemma, non dobbiamo preoccuparci troppo: è illimitata. Esistono delle buone linee guida, anche se non sono vere e proprie regole? Certamente, ma qui si parla dei princìpi su cui si fonda il disegno araldico: stilizzazione, espressione e composizione.
Ovviamente, per tutto ciò, serve un’altra lezione (o forse molte altre)!

¹Pastoureau, M. (1997), Heraldry: its Origins and Meaning, London: Thames & Hudson, pp 44-46.

*Pastoureau, M. (2017), Figure dell’araldica, Milano: Ponte alle Grazie, p. 29. 

Logo of Dario Scaricamazza featuring the Scaricamazza coat of arms.